INcanto Rituale. Dettori & Moretti omaggiano Maria Carta

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“Io purtroppo non ho avuto la possibilità di trascorrere la mia giovinezza china sui libri, ma affaticando la schiena sul lavoro, ed essere qui oggi è molto importante per me, perché mi rendo conto che nella vita ciò che conta non è la fortuna che si ha in gioventù, ma quanto si riesce a costruire da soli”.

Maria Carta (Sìligo 1934 – Roma 1994)

Le parole sopracitate sono state pronunciate durante un concerto nel 1988, in occasione del IX centenario dell’Università degli Studi di Bologna, presso la quale era stata nominata docente a contratto in antropologia culturale. Ma chi era Maria Carta?

Chi era Maria Carta? Cos’è (In)Canto rituale?

Lei era una donna del futuro vissuta nel passato. Una donna cresciuta con umiltà e con sani principi, in una magica Sardegna antica; una donna che sceglie di prendere la patente come segno di emancipazione; una donna che, alla fine degli anni sessanta, decide di cambiare vita trasferendosi in una grande città come Roma. È proprio lì che conosce lo sceneggiatore Salvatore Laurani, con il quale si sposerà di lì a poco.
Torna poi in Sardegna a raccogliere dalla viva voce degli anziani i canti, le poesie e le melodie antiche della sua terra per farle sue. Nel canto di Maria Carta sembrava essersi cristallizzata quella Sardegna fatta di inquietudine, di solitudine e di paura, che testimoniava di una Sardegna patriarcale.
(In)Canto rituale ha come scopo quello di elogiare proprio lei. Con quest’album Beppe Dettori, storica voce dei Tazenda, e Raoul Moretti, artista italo-elvetico, si sono aggiudicati la finale per le targhe Tenco come “Interpreti di canzoni”, proprio per la meravigliosa interpretazione dei sette brani tradizionali del repertorio della Carta. Con lo scopo di mantenere una linea sonora personale, facendo coesistere diverse tradizioni culturali così distanti geograficamente ma così vicine nello spazio.

(In)Canto rituale. Genesi e tracklist

L’album, registrato allo studio Tangerine nella periferia di Sassari, si apre con lo Stabat Mater di Maria Carta, canto che descrive la Madonna piangente sotto la croce di suo figlio. Il testo è in lingua sarda, tradotto dal latino da Monsignor Dettori, storico collaboratore della Carta. È arricchito da una poesia metropolitana che recita: “…ci sono farfalle che avvolgono il tuo canto, il sogno scende con l’illusione silente, lo spazio notturno accoglie la tua luce, per inventar di nuovo l’universo infinito”. Ed è accompagnato da un’arpa che mette i brividi, che ti dà la voglia di “accucciarti” a letto, sotto le coperte, lasciandoti trasportare da tutto il resto dell’album. Una perfetta e maniacale introduzione per un album che sicuramente avrà tanto da comunicare. La seconda traccia è Deus ti salvet Maria: si tratta di un’Ave Maria in lingua sarda, con un suono dolce che crea sensazioni di leggerezza e purezza. Musicalmente, nelle prime due strofe, è stata mantenuta un’atmosfera larga, con lo scopo di ri-creare sensazioni da “cattedrale”, pensando alle sonorità degli organi e dell’arpa. È poi dalla terza strofa che, attraverso una ritmica irlandese, il brano cambia rotta ve si apre al popolare. Popolare ma non incoerente. Perfetta.

Il terzo brano è l‘unico in lingua italiana, ed è stato tratto da un libro di poesie scritte da Maria circa 10 anni fa. Ombre è la prima poesia che apre il libro e racconta di una bimba di otto anni che, alle 5 del mattino, si reca al fiume a lavare i panni. Nel tragitto sente delle ombre e dei suoni spaventosi, e per scacciarli canta. Trasmettendo serenità e buone intenzioni alle anime del fiume. La musica crea nella prima parte del brano un’aria sospesa, magica. Il testo è recitato, ma poi tende a drammatizzarsi. La voce diventa invocazione. Musicalmente parliamo di un capolavoro che, con suoni, rumori e versi, riesce a descrivere il “pauroso” tragitto affrontato dalla Carta.

Con la quarta traccia, A bezzo de iddha mia, ritorniamo alla lingua sarda. Il brano nasce come un ballo per sola voce, con un testo che ricorda sensazioni e aneddoti di una saggezza paesana, ricca di buone intenzioni. L’introduzione ha un loop d’arpa suonato con archetto e un testo che, con un crescendo, diventa sempre più ritmico. Fino alla fine. Il loop, come già evidenziato nel quarto brano, si ripresenta nel quinto: in In su monte gonare. Con questa quinta traccia si aprono le porte alle tradizioni della musica sarda e alle contaminazioni musicali. Un loop ritmico e ipnotico prodotto dall’arpa elettrica si innesta sulla vocalità di Dettori e richiama il brano originale, con una chitarra acustica a subentrare che rimanda a improvvisazioni Qwali e Hindi.

La dimensione del ballo in INcanto rituale

A volte è importante portare la mente lontana dal corpo, giusto per sentirsi estranei, per estraniarsi da questa quotidianità che spesso logora. Questo album ci riesce, con le sue sonorità, con le sue propensioni verso il ballo, con la sua storia. La quinta traccia, Ballu, ha proprio questo scopo: quello di portare la mente lontana dal corpo con l’intento di creare un atto meditativo. Un ballo in lingua sarda ritmato e forsennato, con cui le piccolezze terrene perdono significato e con la coscienza che si fortifica per tutto il tempo. Musicalmente il brano esalta l’influenza progressive sui due artisti. Il finale è travolgente, sembra un ritorno alle origini o all’arcaico, come accade con Corsicana, la traccia che apre un ponte tra due isole: tra la Sardegna e Cuba. Ispirata alla Habanera Gris dell’arpista cubano A.R. Ortiz, narra della Sardegna più arcaica. In chiusura arriva una re-interpretazione di Adiosa, intitolata No potho reposare. Traccia che parla di un amore incondizionato verso un’altra persona, per l’umanità e per la vita. L’ultima strofa, scritta proprio da Maria Carta, ha lo scopo fin dal principio di sigillare con un suo pensiero questi sentimenti e sensazioni. Una melodia struggente che ti rilassa, quasi come una dose di xanax, insieme alla meravigliosa voce di Beppe Dettori, che con i suoi acuti regala brividi di emozione.

Perché ascoltare questo lavoro di Dettori e Moretti?

In conclusione si può dire che (IN) CANTO RITUALE è più di un semplice omaggio. È una ri-evocazione, un richiamo, una voglia di riavere per pochi minuti, Marta Carta qui con noi. Per sentire la sua voce, vagando con la mente in quei simulacri testuali – di un passato ormai lontano – che rimandano al passato; a quello bello, per molti nostalgico. È un album profondo, importante, innovativo e allo stesso tempo identitario. Nessuno prende il posto a nessuno, ad ognuno il suo. La versatilità dell’artista Raoul Moretti e l’esperienza di Beppe Dettori, hanno permesso di far rinascere, dandogli quel mitismo che meritava, un’artista che – purtroppo – per molti è sconosciuta. Ancora una volta, la musica ha fatto qualcosa di buono.

Redazione

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