I Pearl Jam di Gigaton, un disco-bomba sostanzialmente inesploso

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Dove eravamo rimasti? Potrebbe essere questa una delle espressioni più adatte per iniziare il racconto di Gigaton, l’undicesimo album in studio dei Pearl Jam. Questo perché, dopo sette anni dall’ultimo, non proprio indimenticabile, Lightning Bolt, i cinque di Seattle ritornano con qualche minima novità. Il nuovo disco, però, sostanzialmente non intacca il loro marchio di fabbrica e quanto del loro sound e della loro arte si è consolidato almeno nel nuovo millennio. Né, a dirla tutta, Gigaton è destinato a entusiasmare molti e a farsi annoverare tra gli album migliori dei PJ.

Piccole novità, tante conferme

Una delle novità di Gigaton è legata alla produzione. Via il fedele Brendan O’Brien e spazio alla nuova leva Josh Evans, il cui lavoro restituisce un prodotto coerente con il passato della band, rispettoso, ma meno standardizzato.
Chi, ascoltando uno dei singoli estratti, Dance of the Clairvoyants, pensava che questo sarebbe stato un album più sperimentale, dovrà presto ricredersi. Anche perché, diciamocelo in maniera onesta, i Pearl Jam degli ultimi vent’anni, con la sperimentazione, c’entrano ben poco. Quel singolo non è altro che una piccola e semplice parentesi new wave, stile Cure o Talking Heads degli anni ’80, destinata a morire sul nascere. Ascoltando le altre tracce si ripresentano i tipici Pearl Jam che conosciamo da sempre, a cominciare dai due brani che aprono il disco, Who Ever Said e Superblood Wolfmoon. Una fotografia della realtà attuale, i due brani incitano alla lotta e alla resistenza, e sono accompagnati da un ritmo garage rock mescolato a motivi da beat generation di fine anni Sessanta con un debito di riconoscenza ai The Who.

Vedder e McCready: come si comportano i Pearl Jam in Gigaton

Ad uscirne molto bene è il chitarrista solista Mike McCready, artefice di fluidi virtuosismi molto godibili. Anche Eddie Vedder, inevitabilmente, ne esce tutto sommato bene. La voce tiene ancora, anche se talvolta, soprattutto nei pezzi più punk, come del resto è spesso accaduto, ha la smania di strafare. Accade così che, in Quick Escape, un brano ricco di citazioni, dai Led Zeppellin ai Queen, Vedder tende a essere talvolta invadente. Forse quel brano, con una struttura più orientata allo strumentale, avrebbe avuto un peso specifico maggiore.

Sì perché i punti più deboli del disco, paradossalmente, sono i pezzi più energici, con buon groove ma pochissima efficacia. Il primo momento alto del disco arriva con Seven O’ Clock, un ballatone di sei minuti che si lascia ascoltare, grazie alla voce di Vedder più calda e coinvolgente. Non è una novità che i colpi migliori dei Pearl Jam siano proprio le ballad e, in questo disco, c’è ancora maggiore consapevolezza di questo da parte della band. La chiusura è tutta morbida e affidata ai tre pezzi migliori. Comes Then Goes, dominato dal binomio voce-chitarra acustica, è il momento di forma massima per Eddie Vedder che torna a giocare a fare un po’ Bruce Springsteen, un po’ voce fuori campo di Into the Wild. Retrograde, con un bell’assolo di chitarra finale che confluisce nella conclusiva River Cross, altro pezzo più sperimentale accompagnato da un tappeto di tastiere alla Brian Eno.

I Pearl Jam sono pur sempre i Pearl Jam

Nulla di particolarmente nuovo dunque, è il classico disco alla Pearl Jam del XXI secolo. Pur essendo molto lungo, Gigaton si lascia comunque ascoltare, anche grazie al fatto che, tra le tracce, non c’è una pausa netta. L’una confluisce nell’altra. Ma questo è forse anche un difetto, dato che, almeno dopo il primo ascolto, ci sono pochi momenti che restano in testa. Non è un capolavoro, ti scivola addosso, ma non è neanche un crollo verticale. Gigaton è una bomba inesplosa, è espressione di una fase più “anziana” della band.
Certo è che, quando si sentirà parlare di Pearl Jam, le prime canzoni che verranno alla mente saranno quelle di Ten, di Vitalogy, al massimo di Yield. Il gruppo rimane però portatore sano di messaggi importanti, che in questo periodo servono come il pane, e dal vivo risultano essere ancora freschi. Come dice il detto: finché c’è la salute, c’è tutto.

Ivan Cecere

Ivan Cecere

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