Everything Was Beautiful, and Nothing Hurt: l’elettronica immortale di Moby

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Cari amici amanti dell’elettronica, preparatevi, è tornato uno bravo! Unico uomo a farmi ricredere sulla professione del DJ, Moby è stato (e lo è ancora) un musicista che ha portato in alto generi molto complessi come l’elettronica e la techno, senza mai farli cadere nel banale, quello che comunemente viene detto commerciale.

Per intenderci, è uno che non si è mai venduto, né ha avuto mai il bisogno di farlo. Ogni nuovo album è un ripartire da zero, conservando però quei tipici caratteri che da oltre vent’anni lo contraddistinguono.  Certo, a 54 anni suonati, è giunto il momento di un esame di maturità, e questo esame prende il nome di Everything was beautiful, and nothing hurt.

Se fate parte di una generazione (come la mia) che ha associato a Moby delle piccole perle preziose quali Porcelain, In this world, We’re all made of stars e Lift me up, allora non rimarrete certo delusi dopo aver ascoltato questo album dell’artista americano, il quindicesimo della serie. Tutto ripercorre quelle stesse atmosfere, nel disco regna un clima nostalgico, quasi ipnotico, con tutte le canzoni che da un certo momento in poi sembrano andare in loop.

L’inizio è complesso, spiazzante, con il brano di apertura, Mere Anarchy, e il singolo di lancio, Like a Motherless child, che mettono quasi a dura prova la pazienza di chi ascolta. Immaginate di essere in discoteca alle quattro del mattino strafatti di cocktail; ebbene le prime quattro canzoni danno proprio quell’effetto da sballo misto incoscienza.

Ma bisogna avere pazienza, il disco decolla pian piano. Già con i brani The Last of Goodbyes e The Ceremony of Innocence, ti rendi conto che il Moby che hai sempre conosciuto e amato è proprio lì, con la sua voce filtrata al microfono e i giri armonici di pianoforte che danzano su un tappeto di sintetizzatori. Anche questa volta si ripete l’ormai consolidata collaborazione con Mandy Jones che si alterna alla voce con Moby e si rende protagonista di altre due chicche come Welcome to Hard Times e The Sorrow Tree, un ritratto della decadenza sociale contemporanea raccontato con leggerezza quasi angelica.

Ma per raggiungere il vero apice bisogna attendere il finale. In Falling Rain and Light, Moby si riprende il centro della scena facendo sembrare il brano una versione 2.0 di Porcelain. E poi, soprattutto con This Wild Darkness, forse la traccia più bella, il disc jockey di Harlem assesta una splendida stoccata finale, aprendo le porte anche al rock, lasciato per troppo tempo in disparte.

Uscito lo scorso marzo, Everything Was Beautiful, and Nothing Hurt, rientra tra le poche cose (ahimè) da salvare in questo 2018. Si tratta senz’altro di un’opera colta (il titolo deriva dal Mattatoio N.5 di Kurt Vonnegut), senza potenziali hit, ed è necessario ascoltarla più volte per ripercorrere una realtà oscura e cercare di trovare fiducia in un domani che ancora stenta ad arrivare.

Ivan Cecere

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