Spotify VS Warner: il campo di battaglia è l’India

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“I would say if you’re a drama queen, knock yourselves out – it’s going to be a great show…”

Con ironia e frasi di questo tenore, il CFO di Spotify, Barry McCarthy, ha tentato di trarsi d’impaccio durante il suo discorso alla conferenza di Communacopia di Goldman Sachs, a Settembre dello scorso anno. Già da qualche mese, infatti, si facevano numerosi i rumors sulle crescenti tensioni tra Spotify e le tre principali major. E il commento di McCarthy, per quanto ironico, non pare discostarsi troppo dalla realtà, visto che il 2019, per il colosso dello streaming svedese, sarà un anno di difficili rinegoziazioni di licenze con Universal, Sony e Warner.

L’ex-dirigente Netflix, ora in forza a Spotify, non poteva non essere a conoscenza di alcune frasi aggressive, attribuite in forma anonima a dirigenti di major, apparse online già prima che prendesse parola da Goldman Sachs. Un esempio su tutti: “Se Spotify viene da noi [durante i negoziati del 2019] a chiedere qualsiasi tipo di miglioramento sui margini, gli ridiamo in faccia.”

“Parte del modo con cui le etichette comunicano tra loro senza violare le leggi anti-trust è attraverso i media”, ha aggiunto McCarthy, con un tono divertito e sprezzante. “Faremo la stessa cosa: ha molto senso!”.

E così è stato, in effetti.

Il 25 febbraio si è giunti a un picco di aggressività verbale, con un’accesa disputa tra il servizio di streaming e Warner Music Group che ha tenuto banco presso tutti gli osservatori e addetti ai lavori più attenti.

Il più grande servizio di streaming di musica digitale ha criticato con veemenza la terza più grande compagnia detentrice di diritti musicali del mondo per il suo presunto “comportamento violento” sul mercato indiano.

Un’espressione sicuramente (e volutamente) esagerata che fa però intuire tutto il peso degli interessi che sono in gioco in questa partita. Una partita tra Spotify e Warner che solo apparentemente si gioca  esclusivamente sull’India, ma che, in realtà, è un vero e proprio braccio di ferro per la gestione del mercato globale. Il punto centrale della questione è il seguente: Warner vuole assicurarsi che Spotify paghi una certa somma per l’uso della sua musica in tutto il mondo e a Spotify, ovviamente, questo non va giù.

Le prove sono alla luce del sole. Come dichiarato da Spotify recentemente, “WMG ha revocato una licenza di pubblicazione precedentemente concordata, per ragioni del tutto estranee al lancio di Spotify in India”.

Un tutt’altro che velato riferimento al fatto che:

  • Spotify ha bisogno di una licenza Warner/Chappell per lanciare in modo efficace i brani in India;
  • Warner Music Group sta usando questo fatto come leva nei più ampi negoziati di licenza globale con la compagnia di Daniel Ek.

Il capo del Warner Music Group, Steve Cooper, ha ribadito la sua preoccupazione per il calo dell’ARPU premium (ricavo medio per utente) su Spotify. L’indicatore è sceso a circa $ 25 all’anno tra il quarto trimestre 2015 (€ 6,84 al mese) e il quarto trimestre 2018 (€ 4,89 al mese).

Il team di Cooper, allora, potrebbe aver richiesto che, nel caso del lancio di Spotify con licenza completa WMG in India questo mese, la società di Daniel Ek dovrebbe acconsentire a un qualche tipo di piano minimo ARPU nel contratto globale pluriennale con la major (in scadenza verso la metà di quest’anno).

Perché quindi la discussione attuale si è concentrata così prontamente su Warner/Chappell, piuttosto che sulla musica registrata di proprietà del Warner Music Group? Perché il milione e più di diritti d’autore degli autori di Chappell sono sparsi in tutti i più grandi successi del mondo discografico a macchia di leopardo. Se un singolo autore di Chappell potesse accampare pretese anche solo per l’1% su un disco di successo di proprietà di un’etichetta Universal o Sony, Spotify non sarebbe in grado legalmente di ospitare quel disco senza una licenza concordata da W/C.

In breve, Warner può arrecare il danno maggiore alle speranze indiane di Spotify negando i diritti al suo catalogo editoriale, piuttosto che alla sua libreria musicale registrata.

Spotify è ovviamente profondamente infelice e insoddisfatta per questo e rischia una perdita eccessiva in termini di profitto.

All’inizio di questo mese, Spotify ha annunciato ai suoi investitori di aspettarsi un incremento netto di abbonati globali tra i 21 e i 31 milioni rispetto al 2018. Considerando che ha raggiunto 25 milioni di nuovi iscritti nel 2018, è lecito pensare che Spotify possa ripetere le stesse prestazioni brillanti dello scorso anno, nonostante sia previsto, nel settore musicale, un rallentamento della crescita di subscribers in territori chiave come il Nord America e l’Europa nei prossimi 10 mesi (chi ormai non ha Spotify Premium?).

Il lancio in India – veloce ed efficace – diventa quindi cruciale per il buon posizionamento di Spotify a Wall Street, potendo prevenire ulteriori cali del prezzo delle sue azioni nel NYSE, e “salvando” Daniel Ek dagli eventuali, spiacevoli controlli e giudizi della comunità degli analisti sulla sua leadership.

Quindi, quando Warner ha recentemente detto no a Spotify in merito all’uso del suo lucroso catalogo editoriale, ha costretto la piattaforma svedese a cercare delle alternative. E le alternative trovate finora sono, nel migliore dei casi, problematiche.

Spotify sta tentando di piegare ai propri bisogni attuali una vecchia licenza legale indiana sulle trasmissioni radiotelevisive. Quella licenza era nata come escamotage per agevolare le emittenti televisive e radiofoniche indiane nell’utilizzo della musica registrata nei loro programmi. Ora Spotify vorrebbe che lo stesso principio (gestire i diritti senza passare dai detentori originari dei diritti d’autore) si applicasse anche al suo servizio digitale on-demand. Secondo i dirigenti della piattaforma svedese, infatti, il blocco di licenze della Warner non “ha lasciato altra scelta che richiedere una licenza legale“.

Che succede ora? Warner ha opposto, alle speranze di Spotify di liberare il campo dai diritti Warner/Chapell, un’ingiunzione. Da Stoccolma traspare per ora fiducia nelle possibilità di prevalere in udienza ingiuntiva sulla questione della licenza legale. E buone sensazioni giungono dall’India stessa. Se Spotify dovesse riuscire a rigettare l’ordinanza ingiuntiva in tempi brevi, potrebbe lanciare il suo servizio nel paese dei monsoni in poche ore.

Da subito, la compagnia avrebbe le licenze complete di Universal e Sony per l’India. Tuttavia, se il servizio di Spotify dovesse offrire anche canzoni coperte dalla Warner, ci sarebbe da aspettarsi altri fuochi d’artificio.

Infatti, anche se Spotify riuscisse ad avere successo attraverso la famosa scappatoia legale, assicurandosi i diritti sulle canzoni di W/C, questo riguarderebbe di fatto solo l’India. I diritti di riproduzione meccanici delle hit anglo-americane di Warner/Chappell, non rappresentati da alcuna società locale, potrebbero quindi finire per essere violati sul territorio in pochi minuti.

Insomma, sembra che questa guerra dei mondi, Spotify-Major, sia solo alle prime schermaglie.

 

Marco G. Costante

Marco G. Costante

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