Con la musica in panca, la capra crepa

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Un paio di giorni fa, rilanciando un’intervista del New York Times a Zeke Emanuel (collaboratore di Joe Biden, tra gli artefici dell’Obamacare), RollingStone.it ha titolato: “Coronavirus, la musica dal vivo potrebbe tornare nell’autunno 2021”. Un colpo al cuore per tutti, un colpo al conto corrente per molti.

Che ci si trovi davvero sul baratro di una crisi nera per il comparto musica, d’altra parte sono davvero in pochi a dubitarlo. Anche i più ottimisti, infatti, non parlano di una possibile ripresa delle attività live prima dell’autunno prossimo. Cosa vuol dire questo? Vuol dire rinunciare ai cinque mesi più redditizi dell’anno, quelli che permettono alla stragrande maggioranza dei nostri artisti e operatori di pagare bollette, stipendi dei dipendenti e quel poco di superfluo che è il sale della vita e dell’arte.

Se non credete a noi, credete al Tizianone Ferro nazionale che, intervistato dal “semprempatico” Fazio, ha chiesto chiarezza per sé e per tutti i lavoratori del suo indotto che, ad oggi, non sanno se quest’estate dovranno riconvertirsi o se riusciranno, di tanto in tanto, a lavorare. E lo ha fatto col groppo in gola, facendo leva sul bene che l’industria musicale ha fatto al mondo con le sue iniziative, non ultima #lamusicaunisce che ha raccolto 8 milioni di euro, poco più di una settimana fa. (ilmessaggero.it)

L’incubo di un’estate senza concerti e senza entrate non toglie però il sonno solo a Tiziano Ferro, al cartello degli Amici di Maria e a tutti gli altri artisti mainstream del panorama nazionale. Vero è che quelli, con gli stadi e i palazzetti riempiti, e con i tanti tecnici e membri dell’entourage al seguito, sono un po’ le Spa della nostra musica. Ed è quindi vero che vederli andare in crisi, a causa di un mancato ritorno sui tanti investimenti fatti fuori stagione, è tanto drammatico quanto vedere una Fiat-FCA qualsiasi che manda in cassa integrazione tutti gli operai dello stabilimento di Melfi.

Però ci sono anche gli “agriturismi” della musica, volendo usare la definizione che Piotta ha dato più o meno ironicamente alla sua impresa musicale. Ci sono tanti artisti indipendenti che, come ha sottolineato il rapper romano, ospite in diretta YouTube e Facebook dei comici di Tutti a casa, magari registrano un paio di migliaia di presenze a concerto e, grazie a una serie massacrante di date estive, mantengono se stessi, un paio di fonici, qualche tecnico, un addetto stampa e un’agenzia di booking.

E poi ci sono i festival e le venues con tutte le loro risorse umane e con tutte le ricadute positive che hanno solitamente sulle attività turistiche dei territori che li ospitano.

Il probabile blocco estivo colpisce tutti, grandi, medi e piccoli. Le conseguenze saranno pesantissime per un’industria che dà da mangiare a tante famiglie. Sì, perché, al contrario di quanto percepito da quella che è ormai una natio di leoni da tastiera che si indignano continuamente, gli artisti non stanno difendendo dei privilegi acquisiti in un momento di “ben altri problemi”. Gli artisti si stanno facendo semplicemente portavoce di istanze che coinvolgono un intero settore economico, quello dell’intrattenimento, che ha un’incidenza materiale sulla vita di tanti in Italia.

Che possiamo fare allora? Possiamo solo lodare iniziative come L’Italia in una stanza#StayOn, #chiamatenoi e #nessunoescluso, di cui noi, come tanti, abbiamo già parlato? Evidentemente possiamo fare di più che ringraziare chi, anche nel momento delle preoccupazioni, ha trovato l’energia per organizzare qualcosa di bello e significativo.

Possiamo iniziare, ad esempio, col chiederci come mai il sistema musica sia oggi così disperatamente dipendente dai live, specie da quelli estivi. Lo abbiamo detto e sentito dire in giro così tante volte, che è diventato ormai un adagio: la gente non compra più i dischi. Non solo, le piattaforme di streaming sono ancora lontane dal redistribuire equamente gli introiti derivanti dagli ascolti digitali. Risultato? Ogni piccola, media o grande azienda musicale (artista/band + tecnici e operatori al seguito) non può che rivalersi dei costi necessari per nuove produzioni, promozioni e viaggi, dalle attività live, specie nei mesi più caldi dell’anno, visto che le livehouse sono poche (e se si continua così, presto saranno pochissime).

È allora venuto il momento di fare fronte comune e di chiedere forse al MiBAC, oltre che degli aiuti fiscali e dei finanziamenti per la ripresa, anche un impegno serio per pretendere dai colossi multinazionali dello streaming delle condizioni più accettabili in termini di corrispettivi dovuti agli artisti per la loro musica. È il momento di restituire ai creativi quanto dovuto. Siamo certi che quel dovuto potrà essere reinvestito opportunamente per salvare i posti di lavoro di tanti tecnici e operatori.

Non solo. Se il blocco dei live dovesse estendersi davvero fino al 2021, occorrerà in qualche modo ripensare i “modelli di business” musicale legati alle esibizioni dal vivo. Inevitabilmente bisognerà spingere sul digitale e, in questi giorni, qualche sviluppo interessante in questo senso lo abbiamo visto. In qualcosa come 5 giorni, infatti, l’Italia degli indipendenti ha organizzato una 12 ore non-stop di live streaming per pasquetta, lo STAYmONday. I creatori del concertone distribuito sono stati i ragazzi di KeepOn Live, l’associazione che mette insieme livehouse e festival da tutta Italia, in partnership con PMI (Produttori Musicali Indipendenti), Officina Pasolini, FIMI, Doc Servizi e Frame. La responsabilità tecnica è stata affidata a Plesh, un’azienda specializzata nelle soluzioni interattive digitali per eventi.

Una 60ina di artisti, selezionati dai direttori artistici Rodrigo D’Erasmo e Roy Paci, si sono esibiti in remoto. E tutto questo è stato possibile grazie al lavoro di una regia, anch’essa distribuita tra Torino e Taranto, e da stage manager riconvertiti al digitale che, grazie a Skype e Zoom hanno ricreato una sorta di Backstage Online che correva parallelo alla diretta.

Tutto questo è stato fatto in tempi strettissimi e ha permesso di raccogliere denaro per D.i.Re., l’associazione nazionale delle donne in rete contro la violenza. Forse stiamo sognando, ma, in attesa di tornare a ballare e ad abbracciarci, possiamo magari sperare tra qualche mese di vedere dei veri e propri palchi allestiti per dei live a porte chiuse. Dei live, cioè, prodotti per essere venduti a un pubblico interessato e costretto a goderne da casa.

Personalmente, sarei disposto a pagare per un prodotto live di qualità, anche se fruito in streaming. Sarà triste montare palchi, innalzare americane, fare check e suonare in arene e teatri vuoti, ma, almeno, potremo forse avere un’arma in più per salvare la musica e le persone che ne rendono possibile creazione e fruizione: operai, fonici, backliner, promoter, booking manager, addetti alla comunicazione, artisti e band.

Marco G. Costante

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