In stato di trasformazione perenne: intervista a Massimo Pupillo (Zu)

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Per alcuni artisti, il tempo non esiste. Esso non sembra scandito dal solito binomio album-tour, un ciclo che si ripete costante e sul quale continuano a fondarsi i grandi numeri dell’industria musicale. Esiste però un’altra dimensione, dove questo ciclo viene spezzato: qui la creatività viene finalmente ricondotta alla sua fonte primigenia – la propria interiorità – e diviene diretta emanazione del sé. In questo mondo, vita e arte s’intrecciano, si confondono e si influenzano reciprocamente, richiedendo un prezzo molto alto in termini di libertà artistica totale.

Lo sanno molto bene gli Zu, uno dei progetti italiani oggi simbolo di ricerca musicale e indipendenza a livello internazionale, e che, se vivessimo in un mondo più giusto, vedrebbero strade e parchi dedicati al loro nome e le loro opere vendute persino nelle edicole. Ad ogni modo, di tutto ciò gli Zu fanno volentieri a meno, continuando per la loro imprevedibile strada, che dalla formula basica di sax, basso e batteria si è continuamente trasformata ad ogni album e collaborazione, sfuggendo a facili catalogazioni e mettendo in crisi i rivenditori di dischi (quelli che esistono ancora). Di questo sono testimoni Bromio e Carboniferous, album per i quali quest’anno cadono rispettivamente il ventennale e il decennale: disco d’esordio il primo, un tritacarne spigoloso di post-punk, jazz e ferraglia; uno spartiacque nella stessa discografia degli Zu il secondo, uno dei dischi italiani (e non solo) più interessanti degli ultimi anni. Abbiamo ricordato quei due album con Massimo Pupillo, bassista e tra le menti principali dietro il progetto Zu, insieme al sassofonista Luca T. Mai e al batterista Jacopo Battaglia, recentemente rientrato in formazione. Quanto segue è la prima parte di un’intervista a loro dedicata. Troverete la seconda parte sul prossimo numero de L’Olifante: se siete curiosi di sapere cosa vuol dire essere realmente indipendenti nel mondo musicale odierno, dare significato al proprio suono e come cercare di rompere l’incantesimo dell’anacronismo anni ‘80/’90 odierno, allora vi consigliamo di non perdervelo.

 

Adottando uno sguardo retrospettivo, come vedono gli Zu attuali Bromio e Carboniferous?

«Sono due tappe fondamentali del nostro cammino. Una, Bromio, dal mio punto di vista non ci rappresenta più – l’avevamo già superata con Igneo un paio di anni dopo.  L’altra, invece, Carboniferous, vive, respira e ci parla ancora; anzi, è una gioia suonarlo dal vivo. Dopo dieci anni, è ancora una grande botta emotiva e una sfida tecnica».

 

Pensi che Bromio e Carboniferous siano fortemente legati l’uno all’altro o che siano due testimonianze che poco hanno in comune? Da ascoltatore tenderei più per la prima ipotesi.

«Ovviamente hanno in comune l’essere stati scritti dalla stessa band, cioè dalle stesse tre persone. Volgendo lo sguardo indietro nel tempo, la cosa più incredibile per me è la sensazione di essere cambiati così tanto sia come band che individualmente, ma nonostante ciò essere riusciti a portare avanti lo stesso questo progetto con noi, attraverso tutto. È sorprendente essere arrivati a oggi, in un momento di energia, entusiasmo e focus che forse non abbiamo mai vissuto prima».

 

A mio avviso, Carboniferous ha fatto da spartiacque nella vostra discografia, sia musicalmente sia per la risonanza che la sua uscita su Ipecac vi ha dato. Nonostante ciò, avete deciso di non ripetere quella formula per non fossilizzarvi: a posteriori, è costato caro agli Zu non proseguire sulla stessa strada di Carboniferous?

«Forse in un universo parallelo esistono gli Zu che hanno seguito quella formula, hanno continuato a suonare così e poi si sono sciolti dopo cinque anni! Chissà, non posso saperlo… Il punto, ad ogni modo, non è solo che non volevamo fossilizzarci. L’unica maniera perché questa storia funzioni è che sia sempre vera, da Zu esce sempre la nostra verità. Quando abbiamo scritto Jhator eravamo in un momento molto particolare delle nostre vite personali, e quello è stato il disco che lo esprimeva al meglio. Il prossimo album in uscita ad ottobre sarà un disco ambient, elettronico e di field recording ma, nello stesso tempo, stiamo anche scrivendo materiale per il prossimo album “elettrico”: viviamo un processo che non avveniva da Carboniferous ed è come trovarsi davanti ad un cubo di Rubik da 360 facce da sistemare! Zu ha sempre lavorato fuori da “template” pre-esistenti, abbiamo sempre rifiutato di pensare per generi e categorie e di assestarci su di uno standard. Questo tipo di libertà espressiva, come tutte le vere libertà, porta un prezzo molto, molto alto: lo paghi, eccome! Ma ha anche un’altra faccia della medaglia che, metaforicamente, può essere descritto tramite un famoso testo del maestro Suzuki, che recita: “Mente zen, mente di principiante”. Per noi significa mantenersi freschi nei confronti della musica, e alimentare continuamente il senso dell’avventura e dell’esplorazione. Non abbiamo mai stabilito una modalità standard nell’affrontare un brano o anche semplicemente uno stacco. Tutto viene re-inventato continuamente, lì per lì, brano per brano. Certo, abbiamo delle nostre caratteristiche personali, per cui quello che scriviamo alla fine è degli Zu, ma si può dire che non ha regole prestabilite. Si tratta di un metodo che prevede di stare in sala e di tirare fuori del materiale per poi accerchiarlo e lavorarlo fino a quando diventa nostro, rendendolo spesso irriconoscibile anche a chi ha avanzato originariamente l’idea di partenza. Non c’è mai stato un brano scritto da uno solo di noi, non sarebbe possibile. Anzi, serve una necessaria disponibilità a mettere da parte il proprio ego in modo da vedere una propria idea sempre e regolarmente triturata, resa irriconoscibile e risputata fuori dal gruppo, in un modo in cui nessuno di noi avrebbe mai pensato da solo. Come un dibattito perenne, anche interiore, che alla fine porta a una soluzione inaspettata. Così è stato all’inizio e così continua ad essere ancora oggi».

 

Osservando in questo momento storico la vostra discografia, mi sembra che essa si svolga a cicli, come i calendari maya e indiani. Il primo ciclo inizia ovviamente da Bromio e si chiude dieci anni più tardi con Carboniferous, la cui pubblicazione ha poi dato il via ad un altro ciclo, secondo me almeno sino a Cortar Todo. Mi sembra, quindi, che con Jhator siamo di fronte ad un nuovo ciclo: ti ritrovi in questo andamento? E l’esperienza Zu93 con David Tibet potrebbe far parte di questo recente terzo ciclo?

«Non saprei, non mi auto-analizzo mai in questo modo così razionale. Posso solo dire che, all’incirca dal 2010, cioè da quando abbiamo buttato giù The Left Hand Path e dato il via al lavoro con David Tibet per Zu93, è iniziata una lunga fase di esplorazione del suono, in cui alcune delle nostre influenze più originarie e recondite hanno avuto modo e spazio per emergere. Prima di quel periodo c’erano state intere zone della nostra musica appena accennate o delineate ma non capite fino in fondo neanche da noi, come ad esempio in quel clamoroso liscio che è stato il disco con Nobukazu Takemura (ndr, Identification With The Enemy: A Key To The Underworld, uscito nel 2007): una grande potenzialità, finita completamente fuori bersaglio. C’erano anche zone elettroniche e drone che uscivano fuori dal vivo e su disco, come ad esempio in Orc su Carboniferous. Insomma, era come se, a un certo punto, il suono stesso ci stesse chiedendo di espandersi: avevamo bisogno, quindi, di una tela più grande. Da qui sono nati i dischi su House Of Mythology».

 

Sempre a proposito di cicli, il vostro primo batterista, Jacopo Battaglia, è rientrato in formazione. Per voi è come se in realtà non se ne fosse mai andato? Quali sono state le ragioni che l’hanno ricondotto di nuovo negli Zu?

«Bisognerebbe forse fare questa domanda a lui. Resta comunque il fatto che è tornato: lo scorso anno dovevamo fare solo cinque date insieme a Mats Gustafsson, ma poi, nel momento in cui Jacopo si è seduto alla batteria, è stato come se tutta la magia dell’inizio fosse tornata in blocco. La creatività collettiva è riapparsa. Mentre i lavori degli ultimi anni hanno avuto una gestazione a livello più individuale, da quel momento è riscattato qualcosa che ha dato un grande slancio e portata alla band. Per me, poi, il suo ritorno è prima di tutto un’occasione piuttosto rara di vita, di amicizia e di musica. Non siamo la band che torna con la formazione originale perché così ha più successo o ha più offerte. È stato un bisogno nato soprattutto da noi e – ora mi è chiaro – anche dalla nostalgia che tutti avevamo verso quel particolare momento in cui queste esatte persone si trovano nella stessa stanza, sala prove o sullo stesso palco… E allo stesso tempo dico che, sì, si sente che Jacopo è stato via per anni: tutti abbiamo fatto esperienze molto diverse l’uno dall’altro – esperienze quantomeno necessarie ad ognuno – per poi tornare insieme su un altro livello, umano, musicale e spirituale, percepito da tutti».

 

Com’è andato il recente tour europeo per il decennale di Carboniferous?

«È andato molto bene, sorprendentemente bene, sia da un punto di vista esterno, a livello di ricezione ed entusiasmo riscontrati ovunque, e sia da uno interno alla band, visto che ci trasmette gioia suonare ancora quel disco; e aggiungo anche ciò che riguarda me personalmente, poiché è ancora una sfida, sera dopo sera, sul limite di quello che riesco a fare. Le scelte sonore cambiano a seconda dell’acustica del luogo, il cammino che porta all’esibizione è lo stesso ma i passaggi cambiano, non tanto perché improvvisiamo, bensì perché ci sono scelte sonore e dinamiche continue che avvengono sul momento e che non si sono mai fossilizzate. Insomma non eseguiamo il disco ma ne veniamo attraversati, concerto dopo concerto».

 

Quali sono i prossimi progetti ai quali stai lavorando sia come collaboratore/solista e sia con Zu?

«Partiamo da Zu: abbiamo in uscita il terzo disco della trilogia su House Of Mythology, si chiamerà Terminalia Amazonia ed uscirà ad ottobre con una presentazione al Romaeuropa Festival 2019. È un lavoro nato a partire dai field recordings che ho fatto in Amazzonia durante alcuni soggiorni laggiù, ed è un lavoro che ho inseguito per tanto tempo non riuscendo a capire quale fosse il suono-chiave che potesse raccontarlo, ma che poi è diventato un progetto degli Zu a tutti gli effetti. La risposta alla tradizione indigena è diventato il fattore che più ha cambiato questa parte del mondo nell’ultimo secolo, ovvero l’elettricità. E, per lavorare con l’elettricità, abbiamo scelto dei sintetizzatori analogici degli anni ‘70 come l’EMS Synthi; ovviamente, al momento di quella scelta, è uscita fuori la persona giusta, un amico che possiede in casa sua una collezione di quegli strumenti, il quale in seguito ci ha invitati a registrare da lui.

Come ho accennato, stiamo scrivendo anche il prossimo album “elettrico” degli Zu, per la prima volta in quartetto, con Stefano Pilia alla chitarra, ormai fisso in formazione. Abbiamo fissato una data per andare in studio, ma al momento non so dire di preciso per chi e quando uscirà. Per quanto mi riguarda, ho del materiale in solo, registrato e pronto da far uscire, ma non sto cercando una label perché, al momento, Zu occupa un po’ tutti i miei pensieri musicali. Per quanto riguarda altri progetti, c’è Uruk con Thighpaulsandra; Becoming Animal con Gordon Sharp, che va avanti e ha nuova musica; il duo con Tony Buck dei The Necks, che prosegue dal vivo con alcuni live; il duo con Stefano Pilia, che ha il terzo album in uscita per l’etichetta belga Consouling Sounds; per finire c’è anche un nuovo lavoro con Daniel O’ Sullivan targato Laniakea, il cui disco è pronto e probabilmente uscirà anch’esso per House Of Mythology. E direi che questo è abbastanza».

Carlo Cantisani

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