(Ri)scoprirsi fan dell’afrobeat nel 2019

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Siamo dunque giunti alla fine del 2019, è tempo di tirare somme e tenere discorsi alla nazione. E anche nelle redazioni di Elephant Music e de L’Olifante si sente forte l’esigenza di guardarsi alle spalle per capire un po’ meglio che anno è stato. In particolare ci siamo chiesti se qualcosa ci avesse colpito più di altro tra le produzioni riversate sul mercato musicale nel 2019. La scelta è stata più semplice del previsto, perché quest’anno ci siamo tutti un po’ (ri)scoperti fan dell’afrobeat.

Il merito è di quella che, a nostro avviso, è la band dell’anno 2019: I Hate My Village. Le ragioni per cui la nostra scelta è ricaduta sulla superband messa su da Adriano Viterbini (Bud Spencer Blues Explosion) e Fabio Rondanini (Calibro 35 Afterhours) sono molteplici:

  • se l’energia e le idee di Viterbini e Rondanini non fossero risultate sufficienti, la line-up della band è stata completata da Alberto Ferrari (Verdena) e dal producer Marco Fasolo (Jennifer Gentle). Banalmente, quindi, è un piacere vedere dialogare dal vivo quattro artisti così che non si sono ancora stancati di rimettersi in discussione e di creare nuove sonorità
  • il primo omonimo album, pubblicato quest’anno per La Tempesta Dischi, è una chicca. Mezz’ora di riff freneticamente stoppati, ritmi tribali, linee di basso solide come le radici di un baobab e interpretazioni canore che si fanno ulteriore potente strumento etnico. Il risultato? Atmosfere originali, un sound fresco che ha messo d’accordo pubblico (quasi 1 milione di stream su Spotify con un genere che è a dir poco di nicchia) e critica
  • il progetto è figlio di una mirabile ricerca della contaminazione. Contaminazione innanzitutto culturale, ma anche interculturale (un discorso che chi ci legge da un po’ sa esserci molto caro). Il nome stesso della band è un riferimento al titolo di un b-movie horror nigeriano che gioca sull’assonanza I Hate My VillageI Ate My Village. Oltre a ciò, un lavoro molto consistente è stato fatto sull’identità grafica del gruppo, con illustrazioni di grande impatto di un artista romano specializzato in tattoo art
  • gli I Hate My Village sono così tosti, tanto in cuffia quanto sul palco, che a tanti quest’anno è venuta voglia di (ri)scoprire il talento e le idee di artisti come Rokia Traoré, Fela Kuti, Bombino e altri, che hanno hanno avuto una forte influenza sui percorsi artistici di Viterbini e Rondanini negli ultimi anni
  • portare su questa sponda del Mediterraneo un genere musicale esploso tra anni ’60 e ’80 in Africa Occidentale e farlo proprio nell’Annus Horribilis degli sbarchi e della loro strumentalizzazione mediatica è stata una scelta coraggiosa e importante.

Se quindi vi sentite smarriti dalle varie iniziative di fine anno di Spotify o avete bisogno di ripulire l’orecchio dall’ascolto ossessivo-compulsivo della coppia candita Carey-Bublè, il nostro consiglio è quello di recuperare l’LP I Hate My Village e iniziare il 2020 con un po’ più di sound italo-africano nel sangue.

Marco G. Costante

Marco G. Costante

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