Il mondo piange Van Halen, l’innovatore del Rock

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Non solo un chitarrista, un autore, una rockstar a pieno titolo. Eddie Van Halen (frontman dell’omonimo gruppo) nacque artisticamente in un periodo storico nel quale era ancora concesso pubblicare album senza avere la più pallida idea di cosa ci fosse dentro. Questo non significava privare di qualità un prodotto discografico, ma scommettere sul proprio lavoro a qualsiasi costo. Nel mercato discografico di oggi è tutto già “targettizzato” ed è complesso, per un artista, emergere se la sua musica si discosta particolarmente da quella in voga. Difficile, certo, ma non impossibile – e non che per Van Halen sia stata una strada tutta in discesa. Ma, si sa, quando si parla dell’universo Rock – volenti o nolenti – si fa riferimento a un fenomeno spiegatosi nell’ultima metà dello scorso secolo.

L’impronta dei Van Halen

La discografia rilevante dei Van Halen si concentra principalmente fra la fine dei 70s e gli albori dei 90s, momento in cui l’Heavy Metal aveva già dettato le regole del suo sound, raccogliendo adepti da ogni angolo del pianeta e mescolandosi al mondo dell’Hard Rock un po’ più “fighetto”, per poi lasciar spazio al “Seattle Sound”. Nella loro carriera, gli eclettici dell’Hair Metal sono stati capaci di imporsi sulle stazioni radio con un genere musicale che fondeva il sound “pesante” delle schitarrate sostenute da ritmi ben asserragliati, con il sapiente utilizzo delle tastiere e dei sintetizzatori.

I Van Halen hanno sempre dimostrato di essere in possesso di una specialità rispetto ad altre band famose della storia del Rock: quella di firmare le loro canzoni sin dall’incipit. “Ain’t Talkin’ ‘bout Love” (1978), “Jump” (1984), “Panama” (1984), “Hot for Teacher” (1984), “Why Can’t This Be Love?” (1986) e tanti altri singoli hanno qualcosa in comune, nonostante appartengano a periodi diversi: l’espressività degli incastri melodici.

Nonostante il gruppo abbia sempre prediletto delle basi musicali molto lontane dal Folk o dal Pop, la combinazione dei vari ingredienti – ad opera di quel genio di Eddie – è stata capace di rendere più “digeribile” per tutti una musica lontana anni luce dal Pop, dal cantautorato e dalla leggera. Chi non ha mai ascoltato, anzi, chi non riconosce uno dei titoli testé menzionati dopo i primi tre secondi di ascolto, è perché – evidentemente – non ha mai acceso la radio.

1:42 per innovare la musica

L’assicurazione sul futuro scelta da Eddie Van Halen, però, non risponde a una vera e propria canzone, ma a un breve brano strumentale dove la chitarra distorta si accartoccia e rincorre se stessa per un minuto e quarantadue secondi di follia: “Eruption”; seconda traccia del primo album “Van Halen”. Quando il mondo ascoltò quel pezzo, capì che Eddie era un tipo con più di qualcosa da raccontare. A tal proposito, riportiamo il commento pubblicato su Facebook da Cesare Veronico, coordinatore di Puglia Sounds nonché organizzatore dell’ormai celebre festival musicale “Medimex”:

«Ascoltai per la prima volta i Van Halen quando pubblicarono il loro album d’esordio. Un DJ aveva deciso di disfarsi dei vinili che gli spedivano le case discografiche, e tra questi spiccava quella copertina ancora vergine. Era la fase in cui, non avendo nessuna informazione, compravi gli album anche per l’originalità e la bellezza delle copertine. Per duemila lire si poteva correre il rischio. Ero con mio fratello. Al primo ascolto “You Really Got Me” ci fece sbarrare gli occhi ma fu “Eruption” a farci capire che, quello tra le nostre mani, non era semplicemente un disco, era una pepita d’oro per la storia del Rock. E chi faceva questa differenza era lui: Eddie Van Halen. Dai tempi di Hendrix non c’era una simile rivoluzione. Così fu. Da allora tutti i chitarristi fecero i conti con quella rivoluzione. Che il Dio del rock ti abbia in gloria.»

Il cancro s’è portato via anche Eddie Van Halen a soli 65 anni, lasciando il mondo privo di un coraggioso innovatore della musica. Ma non possiamo esser tristi: starà già mettendo su un “supergruppo” coi colleghi andati via troppo presto com’è capitato a lui. A noi non rimane che accendere l’amplificatore e fingere ancora una volta di essere lui per un minuto e quarantadue secondi.

Simone Calienno

Simone Calienno

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