Billie Eilish e gli psicodrammi generazionali

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Circa all’inizio dello scorso dicembre, i social network hanno avuto la loro buona dose di polemica musicale, solipsismo e opinioni spacciate per verità. Questa volta è toccato a Billie Eilish, new sensation del Pop statunitense, di certo non al suo battesimo social, visto che è avvezza oramai a trovarsi perennemente sotto le luci dello star system internazionale non appena emette anche un solo semplice respiro – e tutto ciò è avvenuto ancor prima che diventasse maggiorenne. Piuttosto, la cosa curiosa è stata vederla coinvolta, suo malgrado, in una polemica con uno dei gruppi Rock più famosi del mondo: i Van Halen. Ve li ricordate in Van Halen? No? E se dicessi semplicemente Jump? Ecco, bravi, avete capito: tanto cotonati e terribilmente anni ’80, quanto grandi musicisti e autori di vari successi da classifica durante buona parte di quel decennio.

Che c’azzecca la giovanissima Eilish con gli ormai non più giovanissimi Van Halen? Nulla, ovviamente. Se non che il loro accostamento, ancora prima che rappresentare un classico e ben più scontato scontro generazionale, può essere eletto come esempio lampante per sondare quell’abisso profondo venutosi a creare nel giro dell’ultimo decennio fra due modi di concepire tutto ciò che è collegato all’industria musicale: la musica in quanto tale, ovviamente, ma anche ad esempio il pubblico, l’immaginario e la comunicazione.

Come questo accostamento si sia potuto venire a creare, infiammando gli animi sui social, è presto detto. Tutto è partito non da internet, bensì dalla televisione, durante una puntata andata in onda a fine novembre del Jimmy Kimmel Show, il popolare talk-show statunitense che ospita volti noti e personaggi dell’entertainment americano. A sedere sulla soffice poltrona dello studio si è trovata, per l’appunto, Billie Eilish, la quale, oltre a raccontare delle sue numerose nomination agli ultimi Grammy e American Music Awards (per i quali ha vinto nelle categorie “New Artist of the Year” e, che ci crediate o no, “Favorite Alternative Artist”, quest’ultima da sempre dominata da gruppi Rock classicamente intesi, giusto per capire come lo scenario sia cambiato), si è sottoposta a un simpatico giochino dello stesso Kimmel, che consisteva nel chiederle se conoscesse o avesse mai sentito parlare di alcune icone simbolo della cultura Pop – principalmente USA – del 1984, l’anno in cui Kimmel aveva 17 anni, l’età della Eilish al tempo dell’intervista (la cantante è diventata nel frattempo maggiorenne lo scorso 18 dicembre). Le domande hanno riguardato serie televisive e film cult degli anni ’80, come I Robinson e i Ghostbusters, sino addirittura i giocattoli in voga fra i teenagers dell’epoca, come le cabbage patch kids (non preoccupatevi se non le conoscete, neanche Billie Eilish ha saputo cosa fossero, e il suo tono incredulo, come se avesse appena udito un’astrusa formula matematica, mentre ripete il nome del giocattolo come per essere certa di aver udito bene, è uno dei momenti più simpatici dell’intervista). “Cosa non dovresti mai fare ad un Gremlins dopo mezzanotte?”, chiede alla fine Kimmel, riferendosi al famoso film del 1984 con protagonisti i malefici pelosi mostriciattoli; “Mi stai facendo sembrare davvero una stupida”, risponde sconsolata una divertita Billie Eilish, facendo così calare un ipotetico sipario sulla sua mancata conoscenza di quel decennio. E non ha avuto tutti i torti, visto che l’effetto generale è stato alla fine quello di una persona che stesse completamente cascando dalle nuvole, che non avesse la più pallida idea di cosa stesse dicendo quel maledetto boomer incravattato di 52 anni seduto di fronte a lei. E questo nonostante il meccanismo fosse del tutto innocente e volto a generare ilarità, basato sulla differenza di età fra il presentatore e la cantante. La scenetta è riuscita comunque a mettere in luce nel giro di una manciata di minuti quell’abisso a cui si è accennato prima, che a ben vedere, prima ancora che essere anagrafico, è culturale.

Ed è qui che entrano in scena la musica e i Van Halen. Kimmel inizia partendo proprio dal panorama musicale. “Conosci Madonna?” “Si, la conosco”. Seconda domanda: “Sapresti nominare un qualsiasi componente dei Van Halen?”. Segue candida risposta: “Chi?”. Un enorme punto di domanda piomba sul viso della Eilish fra le risate dello studio. Apriti cielo; anzi, apriti social. La breve clip ha iniziato a girare di profilo in profilo e di gruppo in gruppo, rilanciata da testate musicali e magazine soprattutto anglosassoni (in Italia non ha avuto la stessa eco mediatica). Prevedibilmente, le tifoserie si sono divise fra coloro che hanno accusato Billie Eilish di essere un’ignorante musicale e chi invece ha cercato di difenderla, usando anche un certo buonsenso, visto che, fra le varie argomentazioni, si è voluto far notare che non ci sarebbe nulla di strano che una ragazza di 17 anni non sappia chi sia un gruppo risalente a ben 35 anni fa. Sarebbe interessante sapere se di fronte ad una domanda simile posta ad un qualsiasi diciassettenne nel 1984 si sarebbero presentate le stesse reazioni esagitate e bacchettone. Un’altra cosa interessante sarebbe quella di chiedere ai fratelli Van Halen se conoscono Billie Eilish e la sua musica, e, in caso di risposta negativa, domandarsi allora perché loro sarebbero giustificati e autorizzati a non sapere chi è Billie Eilish mentre quest’ultima sarebbe tenuta a conoscere vita, morte e miracoli del quartetto californiano. Questioni che dimostrano come la musica non è solo un fatto di note, ritmi e pentagrammi ma che indicano come possa essere un meccanismo in grado di posizionarci in un ben preciso punto nello scacchiere sociale a seconda del valore attribuito agli attori in gioco e a ciò che è considerato “tradizione”.

Probabilmente ci sarebbero tante considerazioni per difendere Billie Eilish tante quante per criticarla. Ma si potrebbe provare ad osservare la questione da un’altra prospettiva, trasformandola cosi da polemica vuota e fine a se stessa a presa di coscienza del mutato panorama musicale e generazionale. Il cosiddetto elefante nella stanza è il seguente: cosa ha da dire oggi un gruppo come i Van Halen alle nuove generazioni rappresentate da Billie Eilish? La risposta è: molto poco, se non proprio nulla. È un bene, è un male? Ognuno può vederla come vuole. Non si tratta però (solo) di differenze di età, sarebbe probabilmente troppo semplicistico ridurre la questione in questo modo. La contrapposizione tra i due artisti mette in scena soprattutto sensibilità praticamente opposte, differenti concezioni del mondo, dell’artista e, ça va sans dire, della musica. Cosa può trasmettere alla cosiddetta Generazione Z e a Billie Eilish una band di cotonati e appariscenti funamboli del proprio strumento, ossessionati dalle belle donne, dal sesso, dalla loro stessa immagine da macho con il pacco in evidenza e dal continuo vivere al massimo? Cosa potrebbe dire ad una giovane ragazza che intitola una canzone I wish you were gay e che su Bad Guy, il suo pezzo da un miliardo di streaming su Spotify, si prende gioco di quello che potrebbe essere un suo ipotetico ragazzo schernendolo per il fatto che lui si crede un tipo tosto, forse un tipo proprio “alla Van Halen”? Ad un’artista che nelle foto promozionali indossa vestiti tre taglie più grandi come se volesse scomparire in essi o porre una certa distanza con il mondo esterno? Il piglio adolescenziale e giocoso ma nello stesso tempo cinico e disilluso che spesso traspare dai pezzi e dai video della musicista losangelina è all’opposto dell’esuberanza patinata e un po’ melodrammatica dei Van Halen (tipico di molti altri gruppi AOR e hard rock degli anni ’80). Non deve stupire nemmeno che alle domande su Madonna e Cindy Lauper rivolte da Jimmy Kimmel la Eilish risponda affermativamente: sono due figure che gli adolescenti – soprattutto le ragazze – percepiscono come molto più attuali rispetto ai Van Halen, sia musicalmente che ideologicamente, essendo entrambe molto impegnate su determinate questioni sociali e civili (ambiente e comunità LGBTQ, ambiti molto sentiti dalla Generazione Z). Di certo, il Pop da classifica, così come quello più indipendente – sia che si tratti di produzioni dal taglio vintage o più contemporanee – devono molto di più a Madonna e a Cindy Lauper. Stupisce davvero, quindi, che Billie Eilish, figlia del suo tempo, sappia perfettamente chi siano queste ultime due e non invece i Van Halen?

Bisogna che (un certo) pubblico e gli addetti ai lavori inizino ad accorgersi come le cose stiano cambiando profondamente. Solo nel giro degli ultimi dieci anni si sono probabilmente venuti a creare mutamenti più radicali nei gusti del pubblico e nel modo di usufruire la musica che negli ultimi trentacinque. Un processo di accelerazione incredibile, che investe interi settori della società e quello della musica in particolare. Rientra quindi perfettamente nell’ordine delle cose che, sul finire di un decennio significativo e all’alba di uno nuovo, un’intera nuova generazione rappresentata da una persona come Billie Eilish veda buona parte della musica dei loro genitori, cugini e fratelli maggiori come pezzi da museo. Belli, interessanti, affascinanti. Ma, per loro, inattuali.
O prepariamoci tutti a fare la figura dei boomer – volontari o meno – come Kimmel che, prima di iniziare il suo piccolo interrogatorio, afferma (ironicamente, ma forse sotto sotto non più di tanto) che il 1984 è probabilmente l’anno più grande nella storia americana. La Eilish allora chiede provocatoriamente chi nello studio fosse nato dopo quell’anno. La reazione del pubblico è assai eloquente.

Carlo Cantisani

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