Archeolive. Musica e archeologia funzionano ancora bene insieme?

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La prima cosa che mi salta in mente pensando ad archeologia e musica insieme? Facile. Cinque parole: Pink Floyd Live at Pompeii. Cinque parole e tutta una carrellata di immagini stampate indelebilmente nella mia memoria “videografica”. 

Come dimenticare d’altra parte i primi piani di Gilmour e Waters mentre cantano insieme versi perfetti per il contesto come “An echo of a distant time / Comes willowing across the sand / And everything is green and submarine”? E mentre le figure slanciate di quei giovani inglesi proiettano lunghe ombre sull’arena dell’anfiteatro romano di Pompei, le magie del montaggio anni ‘70 passano in rassegna maschere e bassorilievi con personaggi della commedia antica, con le loro boccacce senza tempo. Taglio sulle solfatare di Pozzuoli ed ecco Nick Mason coi suoi forsennati fill sulle pelli. Sullo sfondo, la cavea in tufo di quel gioiellino cristallizzato nel tempo dalla catastrofe.

Un’opera visionaria, concepita da Adrian Maben mentre era in vacanza in Italia con la sua compagna. Il cineasta scozzese credeva di ritrovare, nel Parco Archeologico di Pompei, il passaporto smarrito. E invece vi trovò l’ispirazione. Merito di Apollo e delle Muse o del fascino dell’archeologia?

Archeologia e musica in Italia oggi: i grandi nomi

In Italia l’incontro tra archeologia e musica non si è certo fermato 50 anni fa. D’altro canto, siamo letteralmente circondati dalle vestigia del nostro passato. Per un Paese come il nostro, è davvero difficile separare la vita culturale di oggi dal patrimonio artistico del passato.

L’Arena di Verona, ad esempio, rimane una delle venues più ambite in Italia, sia dagli artisti nostrani che da quelli internazionali che ci fanno la grazia di valicare le Alpi. Nel 2006, i Pearl Jam vi registrarono alcune delle sequenze più belle di Immagine in Cornice; Zucchero ci ha preso praticamente residenza e quest’estate vi si esibiranno, tra gli altri, Lana Del Rey, Kiss, The Lumineers e Simple Minds

L’archeologia è indissolubilmente legata alla percezione dell’Italia nel mondo. Gli artisti internazionali, dal loro tour tricolore, si aspettano, oltre ai lauti guadagni, un’immersione nella bellezza e forse un’esaltazione visiva dei loro show. Come dargli torto? 

Il discorso si può estendere benissimo ad altri straordinari luoghi della cultura, come le Terme di Caracalla a Roma, ancora non baciati (o insozzati) dalla fortuna di “commercialate” come Festivalbar e Wind Music Awards. Ci sarebbero insomma tanti altri esempi illustri da fare, ma ciò che mi interessa chiarire è se il connubio tra archeologia e musica live può funzionare anche al livello del circuito indipendente e dei tanti eccezionali, ma meno celebri beni culturali delle nostre città.

 

Beni Culturali “minori” e live music: il caso di Taranto Sotterranea

Proprio un mese fa, il 29 dicembre, sono stato invitato a Taranto alla Notte Bianca dell’Archeologia 2019. L’evento propone dei percorsi di archeologia urbana, resi possibili dalle aperture serali delle tante necropoli e tombe a camera dipinte disseminate per il centralissimo quartiere Italia-Montegranaro. Parliamo di una manifestazione consolidata, organizzata da Ass. Terra e da Taranto Sotterranea. Quest’ultima è un’ATI che raccoglie tre cooperative di giovani archeologi ed è impegnata tutto l’anno per la valorizzazione dei beni archeologici “minori” della città ionica. La Notte Bianca porta ogni anno oltre 1000 visitatori a sfidare il freddo delle notti di dicembre per avere un assaggio di antichità diffusa.

Oltre alle visite, La Notte Bianca prevede da sempre momenti teatrali e di contaminazione con le arti di oggi. Quest’anno, in cartellone, c’era un reading teatralizzato della cena di Trimalcione dal Satyricon di Petronio, ad opera di Emilio Solfrizzi, nella splendida location della Necropoli magno-greca di Via Marche. 

Ma – ciò che più ci interessa – nella stessa location, c’è stato spazio per la musica dal vivo con un set unplugged del Jazz Trio composto da Sal Russo, Tony Miolla e Camillo Pace.

I tre, virtuosi ma mai pretenziosi, hanno proposto un repertorio tendenzialmente pop, rispetto al discorso gipsy e colto a cui ci hanno abituati. Gli arrangiamenti hanno però messo bene in evidenza le loro qualità, l’affiatamento e anche gli stimoli che il patrimonio archeologico può restituire ai performer.

Sorprendentemente, pezzi come Caravan di Duke Ellington, Love Theme di Morricone, I Wish di Stevie Wonder e Il Padrino di Nino Rota si sono sposati perfettamente con gli sfondi tenui del carparo delle sepolture monumentali e con quel luogo, dove gli antichi tarantini rendevano onore ai loro cari in viaggio nell’Ade. Forse non dovrebbe sorprendere. Ogni momento di vita nell’antichità era circondato dalla musica e con il live non si fa altro che restituire a quei luoghi un qualcosa perso per millenni.

Così, mentre le dita dei tre jazzisti si arrampicavano veloci e precise sulle tastiere degli strumenti, è stato gratificante notare quanto il pubblico, nell’ordine della 70ina di persone, fosse attento, per una volta, a godersi il momento senza mettere mani a cellulari e altri “distrattori”. La formula live+archeologia funziona e piace. Perché?

 

Archeolive. Un’opportunità per il circuito indipendente?

Innanzitutto perché un parco archeologico non è una pizzeria o un pub. A parte l’inevitabile suggestione della storia di ogni bene culturale, il luogo in sé mette del positivo timore reverenziale nell’audience, instilla rispetto per l’arte e per i suoi esecutori. Inoltre, è difficile capitare per caso in un live in una necropoli antica. Tutti i presenti sono lì apposta per fruire della musica e non della “pizza fritta a un 1 euro”. Per un musicista indipendente questo è un punto a favore fondamentale.

Certo è che il bene culturale porta con sé tanti obblighi a cui è necessario ottemperare. Bisogna stare attenti alla conservazione e alla dignità degli spazi. Non si può pensare, in ambienti che sono spesso piccoli e non pensati per la musica, di avere un’acustica perfetta o di suonare magari con un rack che occupa 4 metri quadrati e genera una potenza sonora che sgretolerebbe il cemento armato. Né si può pretendere di avere il beneplacito della Soprintendenza in tempi brevi se non si è i Pink Floyd. Ma il connubio continua a essere vincente e può esserlo sempre di più anche per i “pesci piccoli”. 

La musica può restituire il favore animando dei beni archeologici che, non godendo certo della fama e della ricchezza di testimonianze dei Fori Imperiali, non sono esattamente dei campioni di incassi.

Archeologia e live possono e devono andare di pari passo più di una volta all’anno. Il mio appello si rivolge agli organizzatori di eventi legati all’archeologia, ai direttori artistici e ai musicisti stessi. Una volta aperta la mente alla collaborazione, alla storia e ai suoi richiami, le opportunità di crescita insieme sono davvero brillanti. La contaminazione è un valore aggiunto per tutti, vale la pena di sforzarsi per esplorare nuovi contatti e regalare al proprio pubblico di riferimento “piccoli momenti pompeiani”. Bravi i ragazzi di Taranto Sotterranea ad averlo già capito!

Marco G. Costante

Marco G. Costante

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