Analogico vs. Digitale: la guerra dei mondi – Manuale per audiofili #1

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meglio analogico o digitale

La letteratura, l’epica, la filosofia, la politica e qualsiasi altro aspetto della nostra vita, ci insegnano a vivere in un’ottica di dualità. Bene e male, Luce e oscurità, giusto e sbagliato, caldo e freddo, bianco e nero, destra e sinistra. A tutte queste contrapposizioni aggiungiamoci, per audiofili e musicisti, un altro eterno dilemma, spesso vissuto come un dramma: meglio analogico o digitale? 

 

La querelle Analogico vs. Digitale oggi

 

Dai supporti di registrazione a quelli di riproduzione, dalla strumentazione dei singoli musicisti alle nuove tecnologie di riproduzione audio durante i concerti e a casa: i campi dell’audio in cui questo “essere o non essere” è discusso sono tra i più svariati.

C’è da dire che, ultimamente, il numero di tecnici “moderati” che cercano di prendere il meglio dai due mondi è in continuo aumento. Questo grazie soprattutto al miglioramento delle tecnologie digitali e al superamento di certi preconcetti. Tuttavia, per tanti altri vi è un solo “codice etico”; un dogma e un credo su cui basare la propria esistenza: solo i sistemi audio analogici possono produrre la migliore qualità musicale.

 

Ma quanti puristi ascoltano comunque musica da Spotify? In quanti usano TIDAL o Amazon Music HD? In quanti continuano ad acquistare vinili come oggetti da collezione e non hanno le giuste apparecchiature per riprodurli? In quanti hanno rinunciato alle proprie testate valvolari da 60kg per passare a sistemi digitali più compatti?

Inoltre, l’utilizzo del digitale in musica oggi è un concetto talmente esteso da riguardare così tante strumentazioni elettroniche da perderne il conto. Trovare sul mercato dispositivi di ultima generazione full analog  è pressoché impossibile.

Ma il digitale è davvero un mostro da demonizzare? Assolutamente no. E capiamo insieme il perché.

 

Cosa ci dice la teoria dei segnali?

L’audio analogico è costituito da un segnale continuo a tensioni variabili, rappresentazione del fenomeno fisico onda sonora, emesso direttamente dalla sorgente. Le vibrazioni prodotte per creare il suono vengono trasdotte (ad esempio da un microfono o dal pickup di una chitarra elettrica) e trasformate in un segnale di natura elettrica. Il segnale così ottenuto viene elaborato attraverso circuiti per il processamento sonoro (pre-amplificatori, compressori, equalizzatori, distorsori, modulazioni, ecc). Più segnali insieme possono essere sommati attraverso dispositivi che svolgono operazioni assai complesse (come i mixer), per ottenere segnali in uscita sempre più elaborati. In tutto ciò non dimentichiamo il ruolo pressoché fondamentale che cavi e patchbay giocano. Insomma, si possono fare diverse operazioni prima di poter riascoltare il segnale sotto forma di onda sonora attraverso uno speaker. Per “salvare” il lavoro svolto nella registrazione analogica, il suono viene registrato direttamente su un supporto analogico (sotto forma di nastro magnetico), che in uno studio di registrazione viene definito “master” e viene quindi distribuito per riprodurre la registrazione originale. I dischi in vinile e le musicassette sono i più classici supporti di distribuzione analogici. 

 

L’audio digitale codifica il suono in segnali discreti. Semplificando, ha solo 2 stati di tensione per rappresentare il segnale: 0 (assenza di tensione) e 1 (presenza di tensione), rappresentati su sequenze di b bit. Le sequenze di bit che compongono l’informazione sonora possono essere facilmente memorizzate su supporti magnetici o a stato solido. Il cuore pulsante delle operazioni di recording digitale è il convertitore analogico/digitale (più noto come ADC o convertitore A/D). Il convertitore preleva il segnale elettrico ottenuto dalla trasduzione, lo campiona in frequenza per intervalli di tempo discreti e genera le sequenze di bit sulla base del processo di quantizzazione. Siamo quindi in un nuovo dominio, quello numerico. Sui segnali così convertiti possiamo svolgere operazioni più elementari sfruttando la potenza computazionale dei nostri computer, implementando plugin audio virtuali che ci danno la possibilità di creare combinazioni sonore in quantità esponenziale. Grazie all’implementazione del dominio numerico è possibile creare innumerevoli algoritmi di elaborazione sonora al fine di creare nuovi suoni che i normali strumenti non potranno mai riprodurre. I suoni così ottenuti vengono quindi registrati su file e distribuiti attraverso i formati più popolari come i CD e lo streaming.

 

Difatti lo streaming è quanto di più popolare tra musicisti e ascoltatori di oggi, che sulle piattaforme web possono caricare e trovare tutto ciò di cui hanno bisogno. Prima della nascita dello streaming, l’unico modo in cui i musicisti potevano veicolare una loro esibizione dal vivo o una loro registrazione, raggiungendo a distanza i propri ascoltatori, era trasmettere in TV o alla radio. Ovviamente non tutti avevano accesso a una stazione radio da cui poter suonare (esistevano solo le radio in fm), a differenza di oggi dove qualsiasi musicista può trasmettere in streaming dalla propria connessione domestica.

 

Attenzione: la riproduzione è sempre analogica

Un grande disclaimer va fatto quando dal mondo del recording passiamo a quello dell’ascolto. Indipendentemente dalla tecnica di registrazione utilizzata, la riproduzione audio è sempre analogica. Che tu stia utilizzando altoparlanti, cuffie, auricolari o qualsiasi altro dispositivo di riproduzione sonora, l’audio che ascolti è sempre di natura analogica. Questo perché l’audio non è un’entità discreta, ma un’onda continua costituita da innumerevoli variazioni della pressione sonora che i sistemi elettronici hanno interpretato come variazione di tensione. Avviene quindi una trasduzione inversa, passando dalle tensioni elettriche nuovamente alle onde sonore. La differenza è che i sistemi di riproduzione analogica possono riprodurre il suono con maggiore chiarezza, interpretando al meglio ogni singola variazione di frequenza proveniente dalla tensione elettrica. Ma, allo stesso modo, gli odierni sistemi di riproduzione digitale, a seguito dell’operazione di conversione digitale/analogico (DAC o convertitore D/A), sono in grado di riprodurre fedelmente il segnale, se opportunamente campionato e con un relativo errore di quantizzazione molto basso. Certo, possono esserci alcune discrepanze o modifiche rispetto al suono analogico originale dovute alle tecniche di codifica dell’audio, ma sono spesso impercettibili. Parliamo quindi di formati come il FLAC o il più noto WAV, file pesanti con un elevato contenuto informativo. Se la registrazione utilizza invece una qualsiasi forma di compressione, come nei formati MP3, la qualità dell’audio diminuisce. La compressione dell’audio originale viene utilizzata per risparmiare spazio di archiviazione sui supporti o per migliorare la larghezza di banda in streaming. Pertanto, i puristi non saranno mai soddisfatti dai formati lossy che vengono trasmessi sulle più note piattaforme. Inoltre, molti dei sistemi digitali utilizzati negli apparecchi audio più comuni, utilizzano anche chip di elaborazione del segnale digitale (DSP) per migliorare ulteriormente la qualità dell’audio in fase di riproduzione.

 

È scontato dire che una maggiore fedeltà è garantita dalle codifiche utilizzate per i CD o ancora meglio per i supporti analogici come cassette e dischi in vinile, la cui manutenzione è fondamentale per preservare la qualità audio (mentre i file in streaming non ne hanno bisogno). Questo perché questi formati multimediali sono suscettibili a polvere, muffe, sporcizia e usura che possono degradare la qualità dell’audio.

 

Esiste soluzione al dilemma analogico vs. digitale?

In conclusione, c’è da dire che i pro e i contro di entrambi i mondi sono parecchi, anche se la maggior parte dei puristi dell’analogico non badano soltanto all’attrezzatura in sé quanto al mood della musica con essa prodotta. Ed è una vera è propria discriminazione senza senso. Mi spiego meglio: spesso si tende ad associare un’attrezzatura analogica a un certo filone che ha accompagnato la produzione musicale nei decenni passati, dalle prime registrazioni su nastro fino ai primi anni ’80, quando iniziarono a prendere piede le prime apparecchiature con inserti digitali. Negli ultimi anni si può dire che il digitale abbia preso il sopravvento e che l’analogico stia diventando sempre più raro; relegato a un mercato “di nicchia” a causa della minore disponibilità. Questo ne rende gli utilizzatori indispensabili e chi ne fruisce disposto a tutto pur di acquistare un’apparecchiatura di quel tipo.

 

Nel nostro periodo storico, grazie anche alla sempre più alta fedeltà offerta dai convertitori disponibili in commercio, è possibile unire i due mondi. Ormai è cosa nota che negli studi di registrazione si usa sempre più frequentemente combinare una fase di recording full analog con inserti in the box in fase di mix, per poi tornare a delle operazioni analogiche durante il mastering. Si può dire, quindi, che la musica di oggi è davvero una combinazione di tecniche sia analogiche che digitali. In passato, prima del digitale, la registrazione audio era solo analogica e sicuramente più complicata da gestire, con costi maggiori per gli artisti che all’epoca contavano molto sugli investimenti di etichette e produttori. Le apparecchiature digitali hanno reso più facile produrre e modificare l’audio, nonché distribuirlo come contenuto, con costi accessibili a tutti; anche agli ascoltatori.

 

Quindi, non importa se hai più preferenze per l’analogico o il digitale quando parliamo di tecniche di registrazione.
Il 90% degli ascoltatori fruisce della musica attraverso il proprio smartphone e dirà comunque che un pezzo “suona bene”. Forse, il vero dramma è un altro…

 

Simone D'Andria

Simone D'Andria

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