The Division Bell 25 Anni dopo

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Era il Marzo 1994 e i Pink Floyd pubblicavano The Division Bell, il quattordicesimo, nonché ultimo album di inediti prima del loro ormai definitivo scioglimento.

Considerando che chi scrive è nato in quel Marzo ’94, proprio mentre i Pink Floyd davano alla luce l’atto finale di una carriera tanto travagliata quanto affascinante e, in Italia, contemporaneamente, Silvio Berlusconi vinceva per la prima volta le elezioni, capite bene quanto la vita, a volte, sappia essere stronza.

Se però il playboy di Arcore, a venticinque anni dalla sua “discesa in campo”, ha perso tutto il suo smalto, lo stesso non si può dire di The Division Bell che, dopo essere stato screditato al momento dell’uscita (solo perché Roger Waters non era più in formazione da dieci anni, quindi con argomentazioni basate sul nulla), ha conquistato con il passare del tempo sempre più lucidità e brillantezza. Considerando la qualità del disco, contrapposta all’accoglienza che ebbe dalla critica, si può parlare di una delle opere più sottovalutate della storia. E se dopo venticinque anni l’album conserva un suo spazio, seppur ancora troppo piccolo, il merito è sicuramente di David Gilmour che, in ogni suo tour, lo mantiene vivo e vegeto suonandone una parte importante.

Marzo 1994, dunque. Il contesto in cui l’album viene concepito presenta radicali novità rispetto al passato. Come si è detto, Roger Waters è ormai un ricordo, così come le battaglie legali per stabilire chi aveva diritto d’uso sul marchio Pink Floyd; in più, nella vita di Gilmour, c’è una novità, la scrittrice Polly Samson, che diverrà la sua nuova consorte e l’autrice dei testi, non solo di The Division Bell, ma anche dei successivi album solisti del marito.

C’è poi una grande voglia di tornare ai bei tempi, quando i Pink Floyd erano l’apice indiscusso dell’arte Rock. Per questo bisognava ricomporre la squadra vincente, partendo dal reintegro totale di Rick Wright, già turnista nel precedente A Momentary Lapse of Reason, richiamando al sax Dick Parry, che aveva dato vita alle celebri parti solistiche di Money e Shine On You Crazy Diamond, e scegliendo, per la produzione, Bob Ezrin, che aveva già curato The Wall, e, per la copertina, l’immancabile Storm Thorgenson, da sempre disegnatore ufficiale della band.

Come già accaduto con The Wall, Gilmour e soci tornano ad affrontare il problema dell’incomunicabilità, condizionata dalle vicende personali e giudiziarie dei membri,  accompagnandolo a un suono limpido, nel quale il chitarrista di Cambridge spadroneggia con i suoi assoli, quasi a voler rivendicare uno spazio che gli era stato negato dal suo rivale Waters. I motori si scaldano con What Do You Want From Me?, una ballata di quattro minuti molto piacevole, dalle atmosfere blues, che colpisce già dal primo ascolto.

Come in ogni album “pinkfloydiano” che si rispetti, non può mancare il pensiero a Syd Barrett, e questo avviene con Poles Apart, una sorta di bilancio tirato al fine di capire da dove si è partiti. Dicevamo del rientro di Wright che, finalmente, torna ad avere un suo spazio, forse mai così ampio dai tempi di The Dark Side of The Moon; in particolare, ricompare una parte vocale tutta sua nella bellissima Wearing the Inside Out, e, ancora più distintamente, il musicista londinese dà il suo tocco di classe nella monumentale Marooned, brano interamente strumentale dove le sue pennellate alla tastiera, unite alle pizzicate di Gilmour, portano l’ascoltatore con la mente su una spiaggia, al tramonto, circondato dal verso dei gabbiani.

Ma questo è solo il preludio alla vera punta di diamante, Coming back to life, una delle canzoni a cui David Gilmour tiene di più, come è ben percepibile guardando a come in essa egli sfoghi il suo estro, dando a momenti l’impressione di volersi liberare di un peso. Degne di nota sono anche due canzoni in coda all’album che hanno contribuito alla sua notorietà: Keep Talking e High Hopes. In entrambe prevale un’atmosfera cupa: la prima introdotta dalla voce virtuale di Stephen Hawking, la seconda, una mini suite di sette minuti, introdotta da un suono di campane (la campana della divisione, appunto) e accompagnata dall’orchestra fino alla conclusione sui versi  «The endless river/Forever and ever», quasi a voler annunciare una fine imminente.

I riscontri che The Division Bell non ricevette dalla critica (in molti lo definirono “robaccia”), li ricevette però dal pubblico, che dimostrò grande affetto per la band inglese. Il Division Bell Tour durò per ben sette mesi, riempiendo tutti i teatri e le arene, e l’album fu un successo in termini di vendite in tutto il mondo, riportando i Pink Floyd in vetta alle classifiche, cosa che non accadeva dai tempi di Wish You Were Here. L’ennesimo pugno in faccia a chi sosteneva e sostiene ancora oggi che i Pink Floyd siano solo Roger Waters.

Ivan Cecere

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